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Carissimi,
l’annuale appuntamento della festa del nostro
santo Patrono, ci invita a riflettere sul dono
della fede, ricevuto con il battesimo, per il
quale siamo stati chiamati ad essere santi.
Ma c’è da chiedersi, quanto raccontiamo del dono
ricevuto? Cosa raccontiamo della nostra fede,
del nostro essere Chiesa? Comunità convocata per
celebrare la presenza del Cristo risorto?
La novena che ci prepara ai giorni di festa, ci
dia maggiore senso nel ritrovarci a “tirar
fuori” “e-ducarci” al “giorno del Signore”,
all’ascolto docile della Parola di Dio, non solo
in questo tempo, ma anche in seguito. Al
ritrovarsi in famiglia, alla trasmissione dei
valori umani e cristiani, a quei legami forti di
amicizia profonda vera e sincera tra familiari,
parenti, vicini di casa e colleghi di lavoro; a
riconfermare la propria appartenenza di fede nel
Cristo risorto, anche attraverso l’esempio e
l’amicizia dei Santi ed in particolare dei
nostri patroni Alfio, Filadelfo e Cirino.
Il loro esempio, la loro testimonianza di fede
ci insegna, o forse e meglio dire ci “educa” ad
essere attenti all’ascolto della Parola, a
quella che Questa ci suggerisce, e, come questa
stessa Parola, diventi nel segno del pane e del
vino, sacramento di salvezza, vita nuova in
Cristo Gesù.
Se non cogliamo questi insegnamenti, la nostra
vita non riesce a cogliere quella capacità di
sapersi stupire. Senza l’educazione ad ammirare,
contemplare, pregare, osservare, meravigliarsi,
manca l’educazione a sapersi confrontare, a
mettersi in gioco.
I nostri limiti diventano ostacoli, un peso per
noi e non mi interessa degli altri. L’altro, mi
è estraneo, perché mi può mettere a disagio,
addirittura può diventare un avversario fino ad
identificarlo con il nemico.
Davanti a tutto ciò l’unica formulazione per noi
possibile è quella di chiuderci in una vuota
rassegnazione, perché tutti sbagliano, anche io,
e non c’è soluzione. L’unica cosa è la mia
convinzione che identifico giusta. Per quale
futuro?
Se non “sacrifico” un po’ delle mie idee, non
c’è incontro, non c’è dialogo, ma solo dispetti
reciproci e, vuota rassegnazione. E’ questo
quello che va trasmesso alle giovani
generazioni? Chi educa, chi deve svolgere questo
compito? La scuola, i circoli filosofici, gli
educatori... o quale agenzia educativa?
E allora c’è da chiedersi: chi educa?
Il racconto biblico ci ha rivelato la presenza
di Dio che nella sua pedagogia ha guidato il suo
popolo nel deserto, ha anche fatto si che ne
uscisse fuori, “provato” ma più maturo. Popolo
alla ricerca di Dio, e scopre invece che è Dio
che cerca il suo popolo.
Tutto ciò è stata prefigurazione di quello che
il Figlio suo avrebbe compiuto per la nostra
salvezza.
Ora questo Figlio, nell’evento della Pasqua, ci
ha lasciato molto di più di un esempio, ci ha
donato la sua stessa vita.
Ecco allora che fondamentale “luogo di
formazione” è la famiglia con tutti i suoi
componenti. Con tutte le sue difficoltà.
Marito/padre, moglie/madre, figli:
fratelli/sorelle ed infine i nonni. Per educarsi
reciprocamente, trasmettere valori, sentimenti,
affetti, stima, fiducia. A veicolare quella
carità, paternità /maternità di Dio e come
questa vada condivisa, comunicata, raccontata.
Questo esempio educativo, infine, chiama in
causa tutte le altre agenzie educative, gli
educatori, ecc. ad un cammino che va vissuto e
condiviso, fiduciosi che Dio per mezzo del
Figlio, cammina con noi facendoci dono dello
Spirito senza lasciarci mai soli.
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2 aprile 1712*
L'anno 1687 passata la festa di S. Alfio il can.
d. Antonio Mazzarella nuovo notaro vicario del
Santo Officio, delegato dalla monarchia, parroco
ed arcidiacono della maggiore chiesa S. Maria la
Cava, assieme al clerico nobile d. Pietro
Bonfiglio tesoriere della chiesa di S. Alfio ed
insigne collegiata; consultarono di voler far
conducere la bara di S. Alfio con devozione, e
portandosi sulle spalle. Levare inoltre
inconveniente e condurselo senza fatica onde nel
suddetto mese di maggio il predetto d. Pietro
Bonfiglio fece presente all'illustrissimo Senato
di voler distruggere l'antico baloardo di questa
bara e, farlo novo di altro modo.
Talche' entrato l'anno seguente 1688 li suddetti
cominciarono a fabbricare il baloardo senza
stragola, ma con li piedi lunghi e travi con
cuscini di sotto pieni di lana e tale a causa di
travi che si levavano e mettevano a modo della
bara di
Catania. Perloche' tutta la citta' si querelava,
che non si doveva levare l'antica usanza e,
varie erano le opinioni, alcuni dicevano che li
castillisi non volevano pigliare la bara, alcuni
dicevano di si. Intanto il capitano e il Senato
scrissero al Vicere' in Palermo, la cosa come
passava, e che si temevano di qualche tumulto
popolare, come si borbottava, e pero' pregavano
a S. E. che mandasse ordine come si dovevano
comportare. Ma prima della festa non venne la
risposta del Vicere'. Venuta la mattina di S.
Alfio gli uomini del castelnuovo non volevano
scendere da S. Giorgio e S. Nicola a pigliare la
bara sopra le spalle, che pero' d. Pietro
Bonfiglio ed altri cavalieri ando' nel quartiere
di S. Giorgio a persuadere quella gente indomita
ed il beneficiato d. Antonio Nisi nella messa
che gli disse, li esorto' che mostrassero
devozione e umilta' nel pigliare la suddetta
bara come avevano disposto i superiori. Tutti
quei villani e particlarmente esclamavano le
donne che non si doveva lasciare l'uso antico.
Alla fine alcuni castelloti la mattina di S.
Alfio vennero da S. Nicolo' con l'arme in mano
come al solito a pigliare la bara e avendola
posta con freddezza sulle spalle usciti dalla
chiesa l'andavano strattonando, e poiche' li
piedi di questa bara erano deboli, arrivati
vicini S. Antonio si ruppero, ed allora li
bordonari corsero con l'armi in mano verso (…)
di ordinarsi di fare la bara in quel modo per
non averci piu' danno alcuno.
Essendo giunta la bara sotto S. Antonio non si
pote' piu' strattonare ne' portare sulle spalle
onde fu necessario metterla sopra due travi e
lasciarci ballianno li piedi. In questo si levo'
dalla bara la cassa delle sante reliquie, cioe'
quella di legno, che era posta dentro la cassa
d'argento e la porto' in mano il signor canonico
don Giuseppe Parisi preposto della collegiata di
S. Alfio, sotto un baldacchino portato dal
Senato precedendo li reverendi canonici cantando
l'inno rex gloriose martirum con molto pianto
del popolo et ammirazione dei forestieri. Dopo,
avendo lasciato le reliquie nella chiesa,
ritornano e fecero scendere dalla bara la statua
di S. Alfio e la portarono ni la Matrici in
processione cantandosi lu santo rex gloriose
martirum e la suddetta statua si colloco' nella
cappella delle sante reliquie con molto lume
tutto quel giorno.
Posto questo il signor Gabriele Vittoria
capitano di giustizia in atto, quale era questa
la caluvarata dei nobili, chiamo' a mastro don
Antonio Tosto e gli diede l'ordine di fabbricare
subito il baloardo della suddetta bara conforme
a la prima, a segno che si trovasse pronta per
conducervi il glorioso Santo. Il suddetto
maestro si chiamo' altri due maestri ferrari di
Catania che si ritrovavano qui per la festa, e
tutto lo giorno e notte lavorarono in si che'
spedirono di fari il baloardo nella chiesa di S.
Antonio.
In questo mentre la gente di castelnuovo la sera
di S. Alfio con molta allegrezza fecero molte
luminarie nel suo quarterio, sparare e sonare le
campane per aver superato il guasto.
La mattina dell'undici maggio si ritrovo' la
bara spedita con la statua di S. Alfio nella sua
chiesa e i castelloti uniti insieme al numero di
200 circa, vennero da castelnuovo con l'arme al
solito e, condussero il glorioso Santo con molto
giubilo del popolo senza danno nessuno. Allora
la Citta' di Lentini faceva circa diecimila
anime. La sera essendo giunta la bara sotto S.
Giovanni scaccio' ad uno che la portava con gli
altri e si ridusse ad ore quattro di notte in
chiesa con molto concorso di gente.
Passata la festa venne l'ordine del Vicere', che
la bara non si portasse più con l'arme sotto
pena di cinque anni di galera a chi la portasse.
E questa e' la verita'.
Io d. F. Bonaventura dal Comiso attesto e faccio
fede che ho ricevuto l'olio santo dal
reverendissimo sig. don Cirino Di Mauro
vicerettore della Santa e insigne Matrice
Chiesa, oggi che sono il 2 di aprile del 1712. |