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 » I Festeggiamenti 2010


Carissimi,
l’annuale appuntamento della festa del nostro santo Patrono, ci invita a riflettere sul dono della fede, ricevuto con il battesimo, per il quale siamo stati chiamati ad essere santi.
Ma c’è da chiedersi, quanto raccontiamo del dono ricevuto? Cosa raccontiamo della nostra fede, del nostro essere Chiesa? Comunità convocata per celebrare la presenza del Cristo risorto?
La novena che ci prepara ai giorni di festa, ci dia maggiore senso nel ritrovarci a “tirar fuori” “e-ducarci” al “giorno del Signore”, all’ascolto docile della Parola di Dio, non solo in questo tempo, ma anche in seguito. Al ritrovarsi in famiglia, alla trasmissione dei valori umani e cristiani, a quei legami forti di amicizia profonda vera e sincera tra familiari, parenti, vicini di casa e colleghi di lavoro; a riconfermare la propria appartenenza di fede nel Cristo risorto, anche attraverso l’esempio e l’amicizia dei Santi ed in particolare dei nostri patroni Alfio, Filadelfo e Cirino.
Il loro esempio, la loro testimonianza di fede ci insegna, o forse e meglio dire ci “educa” ad essere attenti all’ascolto della Parola, a quella che Questa ci suggerisce, e, come questa stessa Parola, diventi nel segno del pane e del vino, sacramento di salvezza, vita nuova in Cristo Gesù.
Se non cogliamo questi insegnamenti, la nostra vita non riesce a cogliere quella capacità di sapersi stupire. Senza l’educazione ad ammirare, contemplare, pregare, osservare, meravigliarsi, manca l’educazione a sapersi confrontare, a mettersi in gioco.
I nostri limiti diventano ostacoli, un peso per noi e non mi interessa degli altri. L’altro, mi è estraneo, perché mi può mettere a disagio, addirittura può diventare un avversario fino ad identificarlo con il nemico.
Davanti a tutto ciò l’unica formulazione per noi possibile è quella di chiuderci in una vuota rassegnazione, perché tutti sbagliano, anche io, e non c’è soluzione. L’unica cosa è la mia convinzione che identifico giusta. Per quale futuro?
Se non “sacrifico” un po’ delle mie idee, non c’è incontro, non c’è dialogo, ma solo dispetti reciproci e, vuota rassegnazione. E’ questo quello che va trasmesso alle giovani generazioni? Chi educa, chi deve svolgere questo compito? La scuola, i circoli filosofici, gli educatori... o quale agenzia educativa?
E allora c’è da chiedersi: chi educa?
Il racconto biblico ci ha rivelato la presenza di Dio che nella sua pedagogia ha guidato il suo popolo nel deserto, ha anche fatto si che ne uscisse fuori, “provato” ma più maturo. Popolo alla ricerca di Dio, e scopre invece che è Dio che cerca il suo popolo.
Tutto ciò è stata prefigurazione di quello che il Figlio suo avrebbe compiuto per la nostra salvezza.
Ora questo Figlio, nell’evento della Pasqua, ci ha lasciato molto di più di un esempio, ci ha donato la sua stessa vita.
Ecco allora che fondamentale “luogo di formazione” è la famiglia con tutti i suoi componenti. Con tutte le sue difficoltà. Marito/padre, moglie/madre, figli: fratelli/sorelle ed infine i nonni. Per educarsi reciprocamente, trasmettere valori, sentimenti, affetti, stima, fiducia. A veicolare quella carità, paternità /maternità di Dio e come questa vada condivisa, comunicata, raccontata.
Questo esempio educativo, infine, chiama in causa tutte le altre agenzie educative, gli educatori, ecc. ad un cammino che va vissuto e condiviso, fiduciosi che Dio per mezzo del Figlio, cammina con noi facendoci dono dello Spirito senza lasciarci mai soli.
 

Lentini 4 Aprile 2010
Pasqua di Resurrezione

Il Parroco
sac. Claudiop Magro

 
 

2 aprile 1712*
L'anno 1687 passata la festa di S. Alfio il can. d. Antonio Mazzarella nuovo notaro vicario del Santo Officio, delegato dalla monarchia, parroco ed arcidiacono della maggiore chiesa S. Maria la Cava, assieme al clerico nobile d. Pietro Bonfiglio tesoriere della chiesa di S. Alfio ed insigne collegiata; consultarono di voler far conducere la bara di S. Alfio con devozione, e portandosi sulle spalle. Levare inoltre inconveniente e condurselo senza fatica onde nel suddetto mese di maggio il predetto d. Pietro Bonfiglio fece presente all'illustrissimo Senato di voler distruggere l'antico baloardo di questa bara e, farlo novo di altro modo.
Talche' entrato l'anno seguente 1688 li suddetti cominciarono a fabbricare il baloardo senza stragola, ma con li piedi lunghi e travi con cuscini di sotto pieni di lana e tale a causa di travi che si levavano e mettevano a modo della bara di
Catania. Perloche' tutta la citta' si querelava, che non si doveva levare l'antica usanza e, varie erano le opinioni, alcuni dicevano che li castillisi non volevano pigliare la bara, alcuni dicevano di si. Intanto il capitano e il Senato scrissero al Vicere' in Palermo, la cosa come passava, e che si temevano di qualche tumulto popolare, come si borbottava, e pero' pregavano a S. E. che mandasse ordine come si dovevano comportare. Ma prima della festa non venne la risposta del Vicere'. Venuta la mattina di S. Alfio gli uomini del castelnuovo non volevano scendere da S. Giorgio e S. Nicola a pigliare la bara sopra le spalle, che pero' d. Pietro Bonfiglio ed altri cavalieri ando' nel quartiere di S. Giorgio a persuadere quella gente indomita ed il beneficiato d. Antonio Nisi nella messa che gli disse, li esorto' che mostrassero devozione e umilta' nel pigliare la suddetta bara come avevano disposto i superiori. Tutti quei villani e particlarmente esclamavano le donne che non si doveva lasciare l'uso antico. Alla fine alcuni castelloti la mattina di S. Alfio vennero da S. Nicolo' con l'arme in mano come al solito a pigliare la bara e avendola posta con freddezza sulle spalle usciti dalla chiesa l'andavano strattonando, e poiche' li piedi di questa bara erano deboli, arrivati vicini S. Antonio si ruppero, ed allora li bordonari corsero con l'armi in mano verso (…) di ordinarsi di fare la bara in quel modo per non averci piu' danno alcuno.
Essendo giunta la bara sotto S. Antonio non si pote' piu' strattonare ne' portare sulle spalle onde fu necessario metterla sopra due travi e lasciarci ballianno li piedi. In questo si levo' dalla bara la cassa delle sante reliquie, cioe' quella di legno, che era posta dentro la cassa d'argento e la porto' in mano il signor canonico don Giuseppe Parisi preposto della collegiata di S. Alfio, sotto un baldacchino portato dal Senato precedendo li reverendi canonici cantando l'inno rex gloriose martirum con molto pianto del popolo et ammirazione dei forestieri. Dopo, avendo lasciato le reliquie nella chiesa, ritornano e fecero scendere dalla bara la statua di S. Alfio e la portarono ni la Matrici in processione cantandosi lu santo rex gloriose martirum e la suddetta statua si colloco' nella cappella delle sante reliquie con molto lume tutto quel giorno.
Posto questo il signor Gabriele Vittoria capitano di giustizia in atto, quale era questa la caluvarata dei nobili, chiamo' a mastro don Antonio Tosto e gli diede l'ordine di fabbricare subito il baloardo della suddetta bara conforme a la prima, a segno che si trovasse pronta per conducervi il glorioso Santo. Il suddetto maestro si chiamo' altri due maestri ferrari di Catania che si ritrovavano qui per la festa, e tutto lo giorno e notte lavorarono in si che' spedirono di fari il baloardo nella chiesa di S. Antonio.
In questo mentre la gente di castelnuovo la sera di S. Alfio con molta allegrezza fecero molte luminarie nel suo quarterio, sparare e sonare le campane per aver superato il guasto.
La mattina dell'undici maggio si ritrovo' la bara spedita con la statua di S. Alfio nella sua chiesa e i castelloti uniti insieme al numero di 200 circa, vennero da castelnuovo con l'arme al solito e, condussero il glorioso Santo con molto giubilo del popolo senza danno nessuno. Allora la Citta' di Lentini faceva circa diecimila anime. La sera essendo giunta la bara sotto S. Giovanni scaccio' ad uno che la portava con gli altri e si ridusse ad ore quattro di notte in chiesa con molto concorso di gente.
Passata la festa venne l'ordine del Vicere', che la bara non si portasse più con l'arme sotto pena di cinque anni di galera a chi la portasse.
E questa e' la verita'.
Io d. F. Bonaventura dal Comiso attesto e faccio fede che ho ricevuto l'olio santo dal reverendissimo sig. don Cirino Di Mauro vicerettore della Santa e insigne Matrice Chiesa, oggi che sono il 2 di aprile del 1712.

 

* N.B.: Testo trovato annotato nel registro dei defunti della Matrice Chiesa dell’anno 1712, liberamente adattato.

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