|
L’icona
della Madonna del Castello, a dispetto del suo
non eccellente stato di conservazione, è
un’immagine di straordinaria qualità, sia per le
considerevoli dimensioni della tavola, che
raffigurano la Vergine a dimensione reale (193 x
73 cm), sia per la straordinaria fattura
dell’opera. La Theotokos viene presentata in
piedi, in posizione frontale, mentre regge il
Bambino con la mano sinistra, "Brephocratousa"
(colei che porta il Bambino). il Bambino in posa
quasi frontale è appena rivolto verso la Madre.
Gesù veste un himation di colore ocra e con la
mano destra leggermente alzata benedice alla
greca, mentre con la sinistra regge un libro,
simbolo di saggezza e di sapienza. Egli è
insieme Bambino e adulto: Bambino nella statura,
ma adulto nei lineamenti del volto, nei gesti e
negli abiti. Malgrado la totale perdita del
fondo ed i bordi frastagliati delle figure,
l’opera ha conservato intatto il suo chiaro
impianto compositivo, caratterizzato da una
severa adesione ai canoni bizantini e da una
coinvolgente espressività dei volti e degli
sguardi. Di particolare prestigio è l’incamottatura,
cioè il rivestimento, delle tavole di legno:
realizzato con una lussuosa pergamena, anziché
con le più comuni pezze di tela di ordinario
impiego, elemento che fa pensare ad un
committente di larghe possibilità. La posizione
in piedi della figura, assieme all’eccellente
qualità dell’esecuzione, rendono plausibile
l’ipotesi di una possibile collocazione
dell’opera nell’iconostasi. Le rappresentazioni
di Maria in piedi sono infatti tipiche della
Déesis, cioè “supplica”, “intercessione”, e
conferiscono all’iconostasi il suo vero senso
teologico. Originariamente l’iconostasi serviva
a separare la navata dal santuario; con la
Déesis, invece, l’iconostasi acquista la
funzione di essere legame tra Dio ed il popolo:
Maria da un lato, spesso anche con il Bambino in
braccio, e San Giovanni Battista dall’altro,
intercedono presso Gesù che si trova al centro.
Sull’icona non appaiono le tipiche scritte
liturgiche in caratteri greci. Lo spazio
dell’immagine è stato sapientemente organizzato
con una proporzione 1:3, impianto molto comune
per la Déesis già a partire dal X secolo (Icona
dei Santi Zosimo e Nicola, monastero di Santa
Caterina sul monte Sinai). La composizione
dell’icona, seguendo in modo rigoroso ed attento
tutti i canoni classici, risulta in un’immagine
dal portamento nobile ed austero, assolutamente
armoniosa ed equilibrata in ogni sua parte. Il
mezzo busto si trova nel quadrato superiore,
mentre la larghezza della figura, come di
consueto, è determinata dal quadrato interno
iscritto nel cerchio dentro il quadrato
centrale. Il volto della Vergine, perfettamente
rivolto verso l’osservatore, si trova al punto
di convergenza delle due diagonali del quadrato
superiore. La perfezione di questo schema è
spinta fino al dettaglio dell’orientazione della
pianella destra esattamente sulla diagonale del
quadrato inferiore. Unica eccezione a questo
perfetto equilibrio è la mano sinistra, quella
che sostiene Gesù, in assoluta disarmonia con il
resto della composizione, sia per la lunghezza
delle dita sia per la sua grandezza. Con buona
probabilità è possibile attribuire questa
vistosa stonatura ad un restauro pittorico di
bassa qualità avvenuto successivamente
sull’immagine. Altro particolare curioso è la
mancanza delle crisografie, ad esempio le
stelle, tipicamente in oro, poste sul maphorion
di Maria a simbolo della sua verginità.
Malgrado il grande rispetto della tradizione
bizantina, i canoni cromatici dell’Icona
risultano del tutto originali. La colorazione
più chiara e luminosa dello stile greco viene
sostituita, nell’Icona della Madonna del
Castello, dalla presenza di toni scuri, profondi
e densi, come il marrone scuro del maphorion o
il blu scuro della tunica della Madonna. Sia
questo nuovo modo di concepire il colore, sia
l’illuminazione dei soggetti è tipica della
famosa scuola iconografica sviluppatasi a Creta
già nella prima metà del XIII secolo. “La scuola
italo-cretese maturò un proprio stile, alquanto
differente da quello puramente bizantino, sia
nel tratteggio che nella colorazione, e strano a
dirsi, questo stile si sviluppò parallelamente e
con le medesime modalità sia a Venezia, sia in
Sicilia. In generale nelle icone italo-cretesi
le composizioni originali ed i tipi rimangono
sempre gli stessi del periodo precedente, ma il
rigido schema del disegno viene addolcito da
luci morbide che attutiscono il drastico impatto
dei contorni” (N. Pavlovich Kondakov, Icons,
Parkstone Press International, New York). Non
più figure eteree, espressione
dell’indescrivibile, ma il dolce sorriso della
Madonna che offre in modo fresco e spontaneo
l’Amore del Figlio. La dolcezza dei tratti e
l’armonia delle sfumature di colore favoriscono
la comunione spirituale di chi con amore le
contempla. Alla scuola italo-cretese si devono i
modelli che a partire dal XIV secolo ispireranno
le celebri icone russe della Madonna della
Tenerezza, come la famosissima Icona di
Vladimir.
La quarta crociata in Terra Santa si risolse con
l’occupazione ed il saccheggio di Bisanzio. Le
potenze occidentali di allora si accordarono per
spartirsi fra di loro il consistente impero. La
Tessalonica e Creta andarono a Bonifacio di
Monferrato, quest’ultima fu venduta ai veneziani
nell’agosto del 1204. Dopo un primo turbolento
periodo, l’isola conobbe un periodo di grande
prosperità. Hiraklion, la capitale cretese, fu
rinominata Candia e divenne sede di un
importantissimo centro culturale ed artistico;
nel 1453 fu addirittura il sicuro asilo di
moltissimi artisti bizantini riusciti a fuggire
subito dopo la caduta di Bisanzio.
Mentre tutti gli studiosi, in generale,
concordano nell’attribuire la data di
“scrittura” dell’Icona al XIII secolo, sul luogo
di produzione dell’Icona vi sono almeno due
teorie. La prima teoria ipotizza un poco
probabile evento bellico fra Catania e Lentini,
che si risolse con la sottrazione dell’Icona
alla più potente Chiesa catanese. La seconda
versione attribuisce l’opera ad un ignoto
artista siciliano influenzato dallo stile gotico
dell’Italia Centrale: si arriva ad attribuire
l’opera alla scuola di Gentile da Fabriano, cosa
assai poco probabile, datosi che il pittore
nacque appena cento anni dopo la data
generalmente accettata di “scrittura”
dell’icona. Se invece si vuole prendere in
considerazione la versione fornitaci dallo
storico locale Sebastiano Pisano Baudo, che
appare documentata con date precise, si può
formulare un'ipotesi assai più credibile sulle
origini dell’Icona. Con buona probabilità
l’icona fu scritta a Creta ove già nella prima
metà del XIII secolo si era impiantata la
feconda scuola iconografica italo-cretese; la
produzione del nuovo tipo di immagini era già
ben avviata, condizione necessaria per venire
incontro al mercato dei dominatori veneziani.
Inoltre, il ritrovamento dell’immagine, come
documenta il Baudo, avvenne nel mese di Giugno,
periodo in cui, per via della maggiore
navigabilità del Mediterraneo, i traffici
commerciali marittimi fra Creta e Venezia erano
aperti ed intensi. Diviene a questo punto facile
ipotizzare che l’icona sia stata richiesta da un
committente veneto; si immagini che nella stessa
Venezia esistono ancora rappresentazioni
iconografiche simili a quella del Castello. Nel
XIII secolo le coste siciliane erano abbastanza
battute da navi pirata saracene. Il mercantile
cristiano che trasportava la bellissima Icona
sarà stato intercettato dalla nave pirata ed il
suo equipaggio, in preda al panico, deve aver
affidato alle acque il bellissimo capolavoro,
come già si era soliti fare nel periodo
iconoclastico. Le correnti verso nord, tipiche
della spiaggia di Agnone, hanno fatto sì che
l’icona toccasse la battigia nel più breve tempo
possibile, limitandone così l’esposizione al
sole ed all’acqua salata. Una volta sulla
spiaggia l’Icona, come ci racconta il Baudo, fu
trovata dall’equipaggio della sciabica.
Oggi è possibile ammirare una copia dell’icona a
grandezza naturale presso la chiesa Madre di
Lentini, dedicata a Sant’Alfio e a Maria
Santissima del Castello. |